La storia

La storia che ha ispirato i Fall Of Efrafa è liberamente basata sulle ideologie mitologiche e politiche presenti nel romanzo “La Collina dei Conigli” di Richard Adams. Si tratta di un adattamento, di una semplice storia che prende spunto dalla trama, dal lessico e dai personaggi del testo originale.

Spero che le mie parole non danneggino né tolgano nulla all’originale. Essendo questa un’interpretazione, potrebbero esserci significative differenze fra l’opera di Adams e le mie opinioni personali. Le ideologie del nostro gruppo sono chiare e possono – a dire il vero – discordare dall’originale, ma io credo che questa storia di libertà, la emancipazione delle genti di Efrafa, sia molto più che un libro sui conigli. La sua assoluta longevità come classico della narrativa è prova di questo.

 In queste pagine ho voluto scrivere una breve storia per accendere una piccola luce sulla nostra interpretazione. La trilogia è ciclica, anzi va all’indietro, cominciando qui con la storia presentata nel nostro ultimo disco, Inlé.

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Rimanemmo Tzarn1 ai piedi dei pilastri, sopra le zolle rivoltate di terra arida e fredda, quasi quei grandi cocci avessero scavato gallerie dalle gelide profondità del suolo. Gli inquietanti tralicci grigi e bianchi delineavano i mutevoli confini della terra, e per noi conigli questo non era niente di meno che un presagio. Il cielo incombeva basso e giallastro, abbracciando l’orizzonte e confondendosi con la terra. Presto avrebbe nevicato, ma i pilastri sarebbero rimasti; come dita artigliavano il cielo, latrando in richiesta del loro prossimo pasto. Non ci azzardammo a formulare ipotesi sulla loro natura, li temevamo ancora troppo. Il freddo non se ne sarebbe andato.

Quando la sera divenne mattino, le nuove guardie si furono avvicinate e le sentinelle furono sostituite, ritornammo stancamente alla conigliera, volgendo indietro lo sguardo a quelle sagome profetiche, i muscoli indolenziti, arrancando attraverso i rassicuranti rumori della nostra casa.

Il tonfo ritmato di centinaia di piedi risuonava come il pulsare di un cuore nei caldi spazi della grande sala, la conigliera respirava attraverso i suoi polmoni atrofizzati, seguendo i cenni del cervello affamato sulla cuspide. Le cicatrici erano incise sulla sua faccia come stimmati, la sua figura aspra e nodosa pendeva al di sopra di noi tutti, mentre lo sguardo fisso del suo unico occhio violava i pensieri dell’intera assemblea.

Sedevamo in file irregolari davanti al suo grande altare. Nelle nostre menti eravamo consapevoli della sua mortalità – nascondevamo con cura queste idee, ma il nostro sguardo era attratto a catturato dal Principe Profeta, e i nostri pensieri ci tradivano. Vulvenaria2, capo dell’Ausla3, supremo sacerdote e sovrano della conigliera, sceglieva le sue mosse e parole con previdenza. Molte generazioni prima, quello di Ausla era il nome dato ai guardiani della conigliera, ed era un nome che portava con sé oneri e responsabilità. Vulvenaria aveva capito che la forza di quel nome avrebbe entusiasmato le folle e lo aveva posto – insieme alla sua autorità – al di sopra di ogni cosa, affermando che ci avrebbe resi più uniti. Ma noi sapevamo dai marchi incisi con gli artigli nella nostra carne, nel momento in cui aveva scavato dentro di noi con quelle luride unghie, che lui stava semplicemente marcando il territorio4.

Noi tutti portiamo ancora quelle cicatrici. Il nostro marchio.

Le coniglie erano sterili. All’inizio pensammo si trattasse di morti bianche. Ma il tentacolare stomaco della conigliera poco si curava delle ragioni, continuava invece a invocare il sangue vitale di cui era affamato. Il nostro numero diminuì, costringendoci a sostenere più fatiche. In posti segreti parlammo di porre fine all’Ausla. Inizialmente queste parole sottendevano il pensiero che la fine cui stavamo andando incontro fosse la morte graduale della nostra cultura: nel momento in cui noi fossimo invecchiati e non fossero venute alla luce nuove generazioni, la nostra società si sarebbe estinta. Ma con il tempo la frase, mutata, assunse nuovi significati. L’ipotesi di una fine dell’Ausla cominciò ad essere permeata da un senso di speranza – non ci era mai stata data possibilità di scelta nelle nostre azioni. Vulvenaria impegnava la nostra intera comunità in incrollabili culti e preghiere, cercava una risposta in Frith5, nel nero coniglio di Inlé6 e in El-ahrairah7. I nostri prati cominciarono ad appassire. Il nostro cibo non era mai stato abbondante, razionato dalla nostra polizia, gli Auslafa, ma ora la Hraka8 che fertilizzava il terreno sembrava avvelenata, non conteneva più quei nutrienti così necessari alle piante. E questo stranamente sembrava non dar pensiero a chi ci governava, ma nel frattempo la nostra fede continuava a diminuire.

Ci prostrammo in preghiera, le zampe contro i nostri petti emaciati, strisciando nel fango; la purezza dei nostri pensieri continuava a vacillare. Gli occhi del nostro sovrano appassivano nelle cataratte. Le domande che ponevamo per ogni raccolto perso, per ogni coniglia diventata sterile venivano respinte da sorde orecchie.

Le nostre sante parole non vennero ascoltate. Decisioni avventate e irragionevoli incontrarono scarsa opposizione nel momento in cui le guardie zittirono le obiezioni di chi si opponeva al regime. Le sentinelle furono mandate nelle altre conigliere per rapire nuove femmine, per sottrarre ad altri ciò che nostro non era, ma noi rimanemmo in silenzio. Facce sconosciute coperte di lacrime furono fatte entrare nelle sezioni vuote della tana, e i maschi più forti e sani vi vennero poi mandati con l’ordine di accoppiarsi. Le grida di rabbia e dolore si potevano udire come il palpitare di un cuore: ogni muro, ogni galleria risuonava della nostra colpevolezza.

Ma il peggio doveva ancora venire. Si sparse la voce che gli Yonil9 avevano lasciato le foreste che circondavano la conigliera. Poche parole erano mai state scambiate con la loro stirpe, erano genti solitarie dai corpi corazzati – un migliaio di dardi nascosti come scuri aghi – e dai musi gentili. Ci parlarono delle grida febbrili di grossi animali che si muovevano verso il nord, il cui ruggito poteva essere udito da ogni angolo delle colline. Ci narrarono di creature che stavano bruciando gli alberi, e dei pilastri, delle centinaia di amari pilastri piantati nella terra, delle bizzarre rune e geroglifici che essi portavano incisi, segni sconosciuti che odoravano di acre, di sbagliato. Riferimmo queste parole al nostro sovrano, implorandolo di ascoltarci. Acconsentì, le sue parole quasi gentili. Ci fece poi tacere e ci promise una risposta a questa minaccia.

La grande sala era piena di conigli inquieti – l’Ausla raccolta in gruppi – tutti pronti ad ascoltare l’impegno che sarebbe stato loro richiesto. Gli Auslafa10 ci spronarono ad entrare e si posero vicino alle uscite come sentinelle. Vulvenaria apparve fra le arcate del salone. “La mia gente” – disse, piegandosi e gemendo mentre risaliva un cumulo di terra rialzata – “La mia gente sta morendo. Le nostre femmine, loro non possono avere figli. La nostra terra è sterile. E ora una nuova sfida, una nuova e terribile minaccia. Cosa possiamo fare noi per scacciare questi…questi diavoli che osano tentare di eliminarci?”. Ci fu un grido, un forte mormorio. Per un attimo ci sentimmo come ad un bivio.

Ma la mia gente sa bene perchè questo è accaduto. Abbiamo dimenticato qual è la nostra strada. Troppi di voi hanno messo in dubbio la parola del nostro Signore. Quando mi ha detto di inviare i nostri amati guardiani alla ricerca di nuove coniglie, per portarci il seme della nostra rinascita, molti di voi hanno contestato la Sua Parola. Quando ha chiesto a noi cieca fede, molti di voi hanno dubitato di Lui. Le vostre azioni possono assomigliare a preghiere, ma se i vostri pensieri non sono diretti a Noi, se voi bestemmiate con ignoranza, allora la risposta del nostro Signore non sarà nulla più di ciò che meritiamo. Io vi richiamo, vi chiedo di pregare, di riversare il vostro amore su di me, e attraverso me sul nostro Signore Frith, perchè io sono il giusto passaggio, la luce e la via”.

La rabbia era palpabile. Si poteva percepire come un’onda schiumosa nella sala, il dissenso si riversava, formava barricate di grida. Il numero dei dissidenti aumentava in silenzio, in subbuglio, mentre denti coraggiosi scavavano la via per riconoscere gli sguardi e le occhiate di ribellione. Fu in quelle ore che rinsaldammo la nostra opposizione al Generale.

C’era chi si era sempre opposto a Vulvenaria. Quando la conigliera era stata fondata, i nostri antenati avevano creato miti, le solide fondamenta sulle quali si sarebbe dovuta basare la nostra conoscenza. Quando Hazel-rah11, discendente dei fondatori, ne ebbe propagato i semi, le favole sul Principe Arcobaleno12 – il primo reggente, che aveva diffuso l’ideale di un popolo libero, le parole che avevano portato speranza e le idee che erano ora represse da lunghe punizioni – si erano sedimentate nella cultura comune. Queste convinzioni emergevano da canzoni, frasi e pensieri. Hazel parlava di un tempo ancora libero dall’oppressione della Trinità Divina, un tempo in cui questi personaggi erano solo i protagonisti di semplici storie da raccontare ai bambini, parlava delle abitudini semplici del nostro passato. La storia di El-ahrairah era solo un modo per spiegare perchè la nostra razza fosse stata dotata di forti gambe e fini orecchie. Queste favole non ci davano alcuna informazione su ciò che saremmo divenuti, erano solo idee che stimolavano il desiderio di conoscenza nei nostri figli. Quando queste storie cambiarono, quando il regime ortodosso di Vulvenaria diede credibilità a questi miti, fece del sole il nostro dio e ci disse che ci avrebbe osservati sempre, anche di notte, quando il nero Inlé, il portatore di morte, ci avrebbe fissati sotto le sembianze della luna, queste favole divennero verità. Le nostre lezioni vennero dimenticate, rimpiazzate dagli insegnamenti di Vulvenaria, autoproclamatosi profeta. Egli dominava con rabbia e odio, e noi ci arrendemmo semplicemente alle sue parole. Fu così che arrivò a governare, anche se le voci di dissenso non furono mai totalmente messe a tacere.

Quando fu liberato, Hazel-rah era ormai vecchio e morente; poca forza gli era rimasta per guidarci e così non volle alcuna posizione di autorità. Ci diede ciò di cui avevamo bisogno – le parole per appassionare il popolo, le parole per rimettere il potere nelle nostre mani. Al quinto ciclo lunare lo portammo in superficie e lo conducemmo sulle placide colline, dove chiuse i suoi fragili occhi e descrisse cosa vedeva – le tetre esalazioni, e gli occhi sempre vigili, mentre le sue effimere parole invitavano il nero Inlé, signore del gelo, a venirlo a prendere, ad accoglierlo nell’Ausal eterna. Portammo ad Hazel offerte, i delicati fiori delle colline, il cibo che avevamo conservato.

Ci lasciò, ma la sua presenza sarebbe sempre rimasta con noi.

Ritornammo nella conigliera, risalendo la fanghiglia che circondava la nostra casa. Come ci avvicinammo, nere figure apparvero vicino all’ingresso. Ci acquattammo, aspettando che quelle presenze si mostrassero alla luce. Il loro pelo rossastro e le lingue che guizzavano dentro e fuori dalle fauci erano inconfondibii. Homba13. Le Homba uccidono per cibo noi conigli. Aspettammo che circondassero la conigliera. Alla fine percorremmo i pochi passi rimasti a dividerci e ci confrontammo con i loro pelami rossastri.

– “Perchè siete qui? La legge proibisce simili azioni! Non potete cacciare in questo luogo!” – dicemmo con una forza che mai avevamo sentito prima.

– “Non siamo qui per cacciare, ma solo per parlare. Gli Yonil e i Lendri14 stanno lasciando la boscaglia, se ne stanno andando. Parlano di una nuova minaccia, la chiamano Efrafa15”.

– “Efrafa?”

Era una parola che conoscevamo, era il nome dato a quei bipedi, a quella moltitudine di conigliere che facevamo finta di non vedere. Qualche volta uccidevano qualcuno dei nostri cavalcando i loro Hrududu16, grandi creature ruggenti che si muovevano ma non erano vive. Gli Efrafa non vagavano nel nostro territorio. Certo, lasciavano liberi i loro cani e qualche volta questi uccidevano qualcuno della nostra stirpe, ma i loro territori rimanevano altri.

– “Gli Efrafa non si sono mai allontanati dalle loro conigliere, perchè proprio ora dovrebbero?”

Le Homba scossero la testa: “Le loro conigliere crescono, si curano poco della terra. Si moltiplicano come mosche. Gli Homba che hanno deciso di abitare vicino alle loro conigliere dicono che questi Efrafa non conoscono né rispettano le leggi delle Colline. Dicono che gli Efrafa li uccidono, che avvelenano la terra. Abbattono grandi boschi e costruiscono le loro conigliere maleodoranti. Altri Homba ci hanno detto che i pilastri che vediamo, i pilastri incisi con strani simboli, questi sono segni che gli Efrafa stanno arrivando, stanno venendo qui per costruire. Vi uccideranno tutti.”

 La conigliera si gonfiò in un unico mormorio. Il suolo tremò nel momento in cui orde di conigli si sparpagliarono nei suoi labirintici cunicoli, annunciando l’invasione degli Efrafa. Ci armammo di coraggio e ci riunimmo nei più bassi livelli della tana, scambiandoci desideri. Condividevamo un unico obiettivo: che tutti i conigli fossero trattati come pari. Ottenemmo l’appoggio di alcuni Auslafa, quelli che avevano disubbidito agli ordini, quelli che avevano voltato le spalle quando era stato loro chiesto di prendere ciò che loro non era.

Demmo loro gli ordini che da tempo desideravano: di andare fuori, nella boscaglia, di fronteggiare tutti gli Elil17 e di chiedere loro di interrompere la caccia per salvare le vite delle loro famiglie.

Nelle ore più scure, nelle terre dove regnavano gli Elil, gli Auslafa raggiunsero i ripidi argini del fiume, lungo gli scogli aspri e affilati, aspettando l’apparire di occhi fosforescenti nella macchia circostante. Questi comparvero alla luce lunare, truci, una costellazione di spettatori affamati. Schernirono i fieri guerrieri, conigli della casata di Vulvenaria che si erano azzardati a sfidare il suo potere. Ma rispettarono la svolta presa dagli eventi, anche solo perchè temevano gli Efrafa. Fu di fronte a questa paura che venne stretta un’alleanza.

Una volta elaborato un piano, andammo nei boschi e trovammo un albero caduto, lo rosicchiammo e tagliammo fino a ricavarne una corazza, un contenitore. Lo trascinammo ai margini della boscaglia contorta. Venti di noi fecero da portatori, venti si posero come in lutto a cavalcioni della bara, che portammo in processione lungo la strada che conduceva agli ingressi della conigliera. Coloro che erano in superficie per brucare ci videro arrivare e ci chiesero cosa portassimo.

– “Portiamo il corpo di Frith, perchè Egli è morto” – rispondemmo noi. Le nostre finte preghiere sembrarono risvegliare la sincerità in coloro che non avevano capito la nostra metafora.

– “Il nostro re è morto?” – chiesero ancora con volto afflitto.

Sì” – proclamammo – “Il re è morto! Il re è morto! Lo abbiamo ucciso per ritornare ad essere liberi. E ora ci rivolgeremo contro il principe, colui che ha distrutto ogni nostra virtù, negato i nostri diritti, sfigurato il nostro amore.”

Loro ringhiarono, ci graffiarono con rabbia, poi vacillarono, gemettero e caddero a terra, sussurrando disperati: “Il nostro re è morto! Come avete potuto?”

Ma noi non ci vendicammo: abbracciammo i loro corpi tremanti e baciammo le loro teste, sussurrammo dolci parole, parlammo loro della menzogna di dio, spiegammo che il sole era lì per darci luce e calore, nulla di più. Alcuni ci ascoltarono, altri accettarono queste parole come consolazione. Ma molti corsero via, discesero le gallerie e si ammassarono nella grande sala dove dimorava Vulvenaria.

Poggiammo a terra la bara e scavammo per creare un sepolcro adeguato. Coloro che avevano capito le nostre parole si unirono a noi, diradando radici e sollevando grandi pietre in modo che noi potessimo calare sottoterra quel simbolo e seppellirlo per sempre, finchè non si fosse deteriorato e fosse scomparso dalla nostra memoria collettiva. Ma per molti con questo atto avevamo portato la nostra rivolta troppo in là: erano d’accordo con il nostro principio fondamentale – liberare coloro che non avevano voce per ribellarsi – ma vedevano la profanazione di quello che era ancora il loro dio come un crimine. Durante la nostra cerimonia li lasciammo piangere, lasciammo che i più fanatici celebrassero veglie silenziose nel lutto per questa scomparsa.

La conigliera si stendeva davanti a noi. Compimmo insieme il nostro ultimo grande atto di sfida. Sui nostri fianchi bruciavano ancora i marchi di Vulvenaria, le tre cicatrici. Levammo verso l’alto strumenti affilati, infilammo scheggie nelle piaghe che ci segnavano e tagliammo le nostre carni, rimuovendo i tessuti sfregiati. Sanguinavamo – i tagli erano profondi – ma tamponammo le ferite, e in questo dolore trovammo rinnovato vigore.

L’antica e scalcinata fortificazione dell’Ausla era deserta, così entrammo cullando le armi della nostra libertà. Il santuario interno del Generale era immerso nell’oscurità, solo una piccola luce rivelava la sua grandezza. Coloro che erano rimasti fedeli al Pricipe formavano una barriera davanti a lui. Maledicevano il nostro tradimento, ma le risposte che noi davamo erano affilate. Li rimproverammo accusandoli di stupro, di omicidio. Vulvenaria rimase stoico.

 Gridammo: “Se Hazel fosse stato capo, avremmo avuto una possibilità di combattere. La nostra sarebbe stata una conigliera prospera, tutti sarebbero stati uguali, non avremmo dovuto piegarci di fronte a false divinità, le nostre donne avrebbero avuto lo stesso potere dei maschi. Avremmo condiviso la responsabilità delle nostre azioni, non pregato per risposte che non verranno mai. Gli Efrafa saranno la nostra rovina. Le difficoltà che hanno afflitto la nostra comunità – il male che ci ha resi incapaci di procreare, che rende la nostra Hraka inadatta alle piante – avrebbero potuto essere risolte con la conoscenza, e non rimesse al volere del vostro dio. E ora ci troviamo a fronteggiare un nemico che non possiamo sperare di sconfiggere, perdipiù con i nostri numeri così diminuiti. E tu cosa ci rispondi, nostro capo, falso profeta?”

Vulvenaria esitò. Il suo unico occhio sano ci penetrò tutti con la stessa fredda ed implacabile energia di sempre. Avremmo potuto cedere, ma avevamo così poco da perdere…

Lui sorrise: “Piccoli ingenui, avete così tanto da imparare! Vi ho dato tutto ciò che ho potuto, e mi ripagate così? Uccideteli tutti!” – esclamò. Ma la fiducia in lui si era ormai incrinata. Gli Auslafa volsero lo sguardo dal trono pontificio ai loro fratelli e alle loro sorelle.

– “Generale, ma questo è il nostro popolo, loro sono figli di Frith…noi non uccidiamo i nostri…”

– “UCCIDETELI TUTTI!”

Gli Auslafa abbassarono le armi e lasciarono i loro posti. Si misero accanto a noi e chinarono la testa. Alcuni pregarono in silenzio di essere perdonati, i più rimasero semplicemente zitti. Avanzammo come un unico corpo verso colui che aveva promesso così tanto senza mai dare nulla. Lacerammo il suo corpo, brano dopo brano, come gli Elil che tanto temevamo; tagliammo la sua carne e ci nutrimmo di lui, spezzammo le sue ossa e le svuotammo del midollo.

Saziata la nostra fame, portammo i suoi resti fuori dalla conigliera e li coprimmo con la terra. Quando le nostre famiglie ci raggiunsero formammo un cerchio attorno alla sepoltura. Alcuni sputarono, altri portarono offerte. Il dubbio serpeggiò fra il popolo, volti ora afflitti si guardavano l’un l’altro alla ricerca di una guida, per poi fissare il loro sguardo su coloro che avevano spodestato il Principe Profeta. Una dolorosa penombra cadde attorno a noi, ci riempì, si depositò spessa e pesante sui nostri cuori. La percepimmo e cominciammo a tremare. C’era qualcosa che avanzava nell’oscurità, zanne e artigli nascosti. Il nostro respiro venne meno, ci stringemmo gli uni agli altri e fummo costretti ad affrontare le nostre paure. Dall’oscurità emergevano Homba e Lendri, e dietro di loro gli Auslafa. Camminavano insieme.

 Nei giorni che seguirono, stabilimmo una tregua con tutti gli Elil: sarebbero andati a caccia al di fuori dei confini delle Colline per permettere alla nostra popolazione di riprendersi. Inviammo squadre nelle altre conigliere per diffondere la notizia della morte di Vulvenaria. Molte comunità si rifiutarono di collaborare finchè non avessimo restituito loro le femmine rapite, noi le lasciammo andare e alcune deboli alleanze furono così formate. Si raccolse cibo da distribuire ai malati. Ne portammo molti al fiume e lasciammo che vi si immergessero, curando le ferite infette con rimedi proibiti da Vulvenaria. Le coniglie non erano sterili, ma solo esauste. Il potenziamento e l’espansione della conigliera, così come il rigido controllo da sempre imposto dall’Ausla, furono abbandonati in favore di uno spirito di comunità secondo il quale i compiti da svolgere erano scelti da ogni singolo individuo. Questo diede vita ad una società che avrebbe permesso nel tempo a giustizia ed uguaglianza di prosperare.

Gli Homba potevano coprire distanze ben maggiori di quelle percorribili da un coniglio, ed erano in grado di esplorare gli angoli più remoti delle Colline. Enormi aree boschive erano state abbattute e gli Efrafa avevano iniziato a costruire gigantesche cittadelle. Si muovevano costantemente, lasciando grandi tracce incise nella terra. I loro pilastri si sarebbero levati dal suolo sempre più frequentemente, e noi cominciammo ben presto a temere per la sicurezza della nostra casa. Divenne subito chiaro che la loro preda eravamo noi, che avrebbero presto ferito la nostra terra con le loro strade: rinforzammo le nostre schiere e dichiarammo guerra agli Efrafa.

Il gelo non si era ancora placato dal giorno in cui il primo pilastro degli Efrafa era emerso dalla terra, proclamando la loro presenza nelle nostre contrade. La neve era caduta giorni prima, lasciando una distesa di nevischio che rendeva il nostro lento arrancare lungo i confini del territorio ancora più difficile. In così poco tempo, gli Efrafa avevano portato i loro animali fin sulle Colline, lasciandoli dormire nell’oscurità. L’aurora aveva solo in quel momento cominciato a cingere l’orizzonte, spingendo una tiepida foschia sui nostri corpi inariditi. L’intera conigliera si rannicchiava ora fra i fili d’erba, mentre alcune centinaia di Elil giravano attorno, sulla terra o in cielo, allontanando lo sguardo da coloro che solitamente consideravano come cibo e portandolo verso quelli che per loro erano Elil – i nemici.

Aspettammo fino a quando gli Efrafa non ebbero condotto i loro maleodoranti animali sulla fredda terra che avevano portato sulle Colline.

Li maledicemmo mentre si avvicinavano, la loro pelle risplendente di colori cangianti, le loro teste coperte da bizzarri copricapi fluorescenti. Li chiamammo a gran voce, latrando per il loro sangue. Ma loro non ci capirono, loro non si accorsero nemmeno di noi. Gli Elil li circondarono e si avvicinarono, e gli Efrafa sembrarono notarli. Le loro facce erano perplesse, da quelle loro bocche vacue sgorgarono parole, parole che noi non potevamo comprendere: ”Qui, Charlie! Vieni a vedere tutti questi fottuti animali.”

Ci guardammo l’un l’altro in attesa di un comando. Un velo di nebbia aleggiava basso sul duro suolo, coagulandosi attorno ai nostri occhi e alle nostre orecchie; tendemmo i nostri corpi nell’etere, e fu da questo che arrivò lo squillante segnale d’attacco; l’ordine che attendevamo provenne da noi tutti, e fu così che caricammo, mordendo e rodendo i grandi animali silenziosi; ma la loro pelle era dura come pietra e non sentimmo nessun sangue fluire. Allora colpimmo gli Efrafa, e le loro grida ci rinfrancarono. Gli Homba attaccarono, atroci ferite nella carne, grossi brandelli di materia insanguinata furono sparsi sulla conigliera ancora incompiuta; gli Efrafa proruppero in grida stupite quando le colline rovinarono su di loro: una raffica di piume e di artigli piovve sui loro occhi, lo stridio di mille Elil alati, una cascata di Hraka, di fiele. Ma le nostre ossa venivano spezzate dagli stivali efrafani, i nostri crani così facilmente fracassati. Non sapevamo cosa si sarebbero ancora inventati, non potevamo capire le loro parole, ma sapevamo che non avremmo vinto. Quando la pelle iniziò a lacerarsi e si strappò dalle ossa, i nostri destini vennero segnati. Soccombemmo dieci volte, ed altre dieci ci saremmo rialzati.

Alcuni di noi trascinarono i loro corpi doloranti lontano dai combattimenti, raggruppandosi per guardare i propri fratelli schiacciati dai gemiti di quegli animali fumanti, i cui piedi ruotavano meccanicamente, avanzando sui corpi dei morti e dei morenti.

Volgemmo lo sguardo al campo di battaglia. In mezzo a quel poco che restava delle nostre famiglie, gruppi di Efrafa si erano ritirati in una strana grotta. Guardavano con attenzione fogli ghiacciati, le loro facce nascoste da bagliori e riflessi. Gli Homba si avventurarono fra i cumuli di corpi che giacevano sparsi sul terreno, alcuni si cibarono dei cadaveri, e noi ci nascondemmo dai loro occhi. Imprecammo verso il sole per ciò che ci faceva vedere, implorando la notte di venire. Ma la notte non venne.

Ci voltammo gli uni verso gli altri e soffocammo la nostra disperazione.

Cercammo consolazione nel ricordo della nostra comunità ormai distrutta, noi eravamo i superstiti. Trascinammo gli arti afflitti da ferite ancora aperte, chiamammo a raccolta tutta la nostra angoscia, scoprimmo quale piccola speranza avessimo dimenticato di considerare e ci concentrammo su di essa; il pensiero di tutti coloro che erano morti per noi ci riempì, e in quel momento noi eravamo tutti, ogni donna nata sterile, ogni amico caduto tornava ai nostri occhi. Il nostro esodo sarebbe stato dolce, e i nostri propositi erano perfetti nel momento in cui gli ultimi resti dell’Ausla tornarono all’attacco, cento mandibole stridenti, cento menti febbrili.

E nelle nostre ingenue, fragili teste assistemmo alla caduta degli Efrafa.

Gli Elil alati si lanciarono nel loro ultimo attacco nel vento, dai quattro angoli delle colline. Avevano visto incendi infuriare nelle fondamenta della conigliera efrafana. Avevano visto fiamme minacciose lambire il sangue delle grandi bestie artificiali che noi chiamavamo Hrududu, le avevano viste bruciare con furia.

Per molti mesi i resti della conigliera efrafana giacquero incompiuti, e presto le Colline li reclamarono: vennero ricoperti da alberelli contorti, le radici si ancorarono nelle terra esausta. L’acqua si raccolse sulla pietra impenetrabile, formando stagni nei quali sarebbe nata nuova vita.

Della nostra stirpe, in pochi sopravvissero all’attacco. L’Ausla, divisa, distrutta, trascinò le sue membra stanche lontano dalle felci e dalla macchia e formò un matriarcato sotto la guida di una figlia di Hazel-rah. Prese ciò che poteva essere salvato e lasciò il santuario della dimora dei nostri avi, cercando rifugio in altri luoghi.

La nostra conigliera era vuota, ma i nostri cuori rimasero colmi.

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1Terrorizzati, attoniti

2Il dittatore del regime totalitario e teocratico che vige nella conigliera

3Gruppo di conigli particolarmente forti ed esperti, veterani che costituiscono il corpo di guardia della conigliera e coadiuvano il capo coniglio

4Ogni coniglio porta incisi nella carne segni che caratterizzano la sua appartenenza a alla comunità guidata da Vulvenaria e lo assegnano ad uno dei gruppi che si danno il turno per mangiare (il cibo è rigidamente razionato)

5Il sole, adorato come divinità dai conigli

6Inlé è il nome della luna, ma sta anche a significare oscurità, paura o morte. Il nero coniglio di Inlé è colui che porta con sé nell’oltretomba le anime dei conigli defunti

7L’eroe protagonista di gran parte dei miti lapini. Il suo nome sta a significare “Principe dai mille nemici”, nemici che di volta in volta batte grazie all’astuzia e alla prontezza di riflessi

8Feci

9Ricci

10Componenti dell’Ausla

11Hazel è il protagonista dell’opera di Adams, colui che guida gli esuli alla ricerca di una nuova conigliera. Il suffisso –rah indica il ruolo di spicco che ricopre

12Il rappresentante di Frith in terra, tenta più e più volte di contrastare le astuzie di El-ahrairah, uscendone però invariabilmente sconfitto

13Volpi

14Tassi

15Efrafa, nell’opera di Adams nome di una conigliera totalitaristica, va in questa storia a rappresentare l’uomo

16Veicoli a motore

17Il complesso dei nemici dei conigli: volpi, cani, tassi, gatti, falchi…

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